Athabaskan 2012 - Alaska

In bici, sulla superficie ghiacciata dei grandi fiumi Tanana e Yukon river, nel grande interno del bush alaskano.

Caspita, che bello poter apprezzare le idee piu’ strane che transitano per la fantasia del cervello; eh si, anche questa volta la bizzarria predomina la scena principale.  Date le svariate volte che ho partecipato all’iditarod in bici, sempre tenendo il lato agonistico come asse principale dell’attenzione di scorribande alaskane , questa volta ho ritenuto doveroso dedicare la maggior attenzione alle particolarita’ di un modo di vivere delle genti, adattato al freddo, alla morfologia del territorio modificata e modellata dai ghiacci e dalla spessa coltre nevosa. 

NENANA, (Alaska) 27 febbraio 2012 , -21°C - vento nord 20m\h (contrario – o in faccia) trail con  neve molto soffice, molto nuvoloso.

I miei amici Mary and Jay, mi accompagnano con il loro pick-up all’attacco del trail, subito dopo il ponte sulla George higway sul fiume Tanana. 

Il solito misto di contentezza, adrenalina, verifica di ogni cosa, un po’ di naturale paura, famiglia lontana, 

ultimi amichevoli scambi di opinioni con amici che per un po’ mi allontaneranno dall’utile abitudinarietà che appaga noi umani, mi fa apprezzare ancor più il risultato molto importante per me, di farmi sentire

“pronto alla partenza”.

A una temperatura percepita di circa 30°C sottozero, i convenevoli si riducono automaticamente nel tempo, e di li a breve mi ritrovo  in pieno possesso della mia iniziativa.

Qualche chilometro, inizia una situazione di neve fresca e ghiaccio, nell’appoggiare per terra la bici e il carrello per sistemare una cinghia non troppo ben tesa, la bici mi scivola dalla morsa dei guanti, coricandosi   si piega il supporto del tendicatena colpendo una crosta di ghiaccio,  “buttandomi fuori linea” la catena. Cerco di raddrizzarlo, ma ho bisogno di far presa con una chiave + lunga per riportare in asse il minuto pezzo di acciaio, ed il mio set di chiavi è chiaramente inadeguato per questo tipo di attività.

Non ci penso più di tanto, chiamo i miei amici che sono ancora in zona e torniamo a casa per riparare l’accaduto. Decisamente fortunato, meglio che certe cose accadano subito per poterle risolvere con poco.

Però quel poco che ho visto sul fiume mi è bastato per affrontare delle altre considerazioni, ben più importanti, difatti lo spessore di neve fresca che iniziava a farsi sempre + presente, avrebbe limitato considerevolmente la mia progressione con il carrello trainato dalla bici. Nel pomeriggio, dopo aver sistemato il supporto del tendicatena, provo ancora il carrello e bici su situazioni simili del mattino, e purtroppo il test non da esiti favorevoli, il carrello affonda sull’abbondante e non aggregante neve fresca.

Riduco di circa 20 kg, il peso e devo inevitabilmente tagliare, quelle parti in più che mi sarebbe piaciuto aver con me, tenda, macchine fotografiche, cavalletto qualche parte di abbigliamento che rendeva più versatile il mio contatto con il considerevole freddo umido dei fiumi; va beh dovrò continuare a bivaccare fuori.

Il mattino seguente, la bella  scena di commiato si ripete, con l’aggiunta della nevicata notturna, che dire….. una “grande impresa ha bisogno di una partenza in salita” (ne avrei fatto volentieri a meno).

Dopo i saluti, parto e mi ritrovo ben presto a scendere per portare la bici, dato il considerevole spessore di neve fresca che mi impedisce di pedalare, in un fiume (tipo il nostro PO) completamente ricoperto e senza alcuna identificazione della linea da seguire, avendo solamente il conforto di waypoints ogni 2-3km.

La visibilità è bassissima, e sto procedendo alla cieca sopra un grande fiume rischiando  il massimo in queste situazioni, che si chiama “overflow”, acqua che corre sopra il ghiaccio o che è presente fra il ghiaccio e la neve fresca; 

per di più senza grandi racchette da neve o sci larghi che riducono il rischio di bucare la neve e farti ritrovare immerso in qualche flusso di acqua che scorre sotto la neve. Lentamente progredisco, lasciando giù la bici verifico dove mettere i piedi per non affondare e tornando a riprendere la bici, fino all’imbrunire, dove mi devo fermare per bivaccare e recuperare l’enormità di energie spese.  Dopo una giornata piena, coperti appena  35 km circa, bivacco all’aperto con circa 25°C sottozero. 

A circa metà notte salto in piedi per tornare sui miei passi, e scendere sul fiume in un punto diverso che dovrebbe essere più trafficato; non posso continuare ad espormi a livelli di rischio così pericolosi per la mia incolumità personale e con l’evenienza di non poter far intervenire nessuno in caso di evento.  Così di buon passo, torno indietro sulla traccia salvata il giorno precedente nel gps (la neve aveva ricoperto ogni impronta del mio passaggio) e mi riporto sulla strada; pedalo fino a Fairbanks (21 ore complessive di cui circa 7 pedalando).

A fairbanks mi riposo e mangio le mie quantità industriali di cibo. Dopo qualche telefonata, trovo un piccolo aereo postale che accetta di portarmi a Manley Hot Springs (circa 70 km più avanti di dove mi ero fermato). Così posso provare a continuare, aggirando le condizioni del primo giorno, decisamente solo rischiose  per la progressione, ancor più appesantito e non aiutato dalla bici,  mi avrebbero bloccato e forse creato problemi molto probabilmente non risolvibili.  La contentezza della decisione presa, mi ricarica. 

A Manley, vengo ospitato presso la scuola del villaggio e rilascio un intervista agli occhi spalancati dei bambini della scuola; mi ospitano nella locale biblioteca e apprezzo notevolmente (dormire in mezzo alla cultura fa un certo effetto).

Al mattino successivo di buon ora scendo sul fiume Tanana, e riprendo a spingere la bici con condizioni di neve molto soffice (impossibile pedalare). La giornata è molto fredda ma con sole e una buona visibiltà che ti fa apprezzare il bush alaskano.  Giornata piena e senza incontri, e verso l’imbrunire bivacco e abbondantissima cena. I pensieri sono tantissimi, e purtroppo non fra i migliori, data l’impossibilità di pedalare (circa 60 km portando e spingendo la bici); va bè si va avanti. Il giorno dopo, stessa storia e

Continuo a  spingere la bici, fino all’enorme confluenza dei fiumi Tanana e Yukon (sembra di essere su un mare aperto), la visibilità è abbastanza buona e il forte vento che pulisce la superficie del ghiaccio, mi lascia pedalare per circa un paio di ore (ossigeno per la muscolatura della schiena). Anche se le temperature dato l’alto tasso di umidità dei fiumi e l’effetto chill, si attestano a un circa 35°C sottozero, il morale torna alto e ritrovo indispensabile energia. Ormai sono sullo Yukon e arrivo a notte inoltrata al villaggio di Tanana. John, sentito nel tardo pomeriggio, mi stava aspettando un po’ dormendo e un po’ uscendo verificando se c’era una piccola lampada frontale che si faceva più grande. 

Anche se i scambi con John, fin d’ora erano stati solamente via email, l’incontro è stato fra due persone che si conoscono da anni e che hanno una enorme voglia di rivedersi. Mi accoglie riscaldandomi una industriale quantità di cibo che la moglie aveva preparato nel pomeriggio. Si congratula con me, e questo non nascondo che mi copre di una carica notevole. Fin che mangio, sulla tavola ci sono mappe dettagliate, gps, fogli di appunti, perché i miei dati non corrispondono con i suoi a riguardo di una shelter cabin che lui mi conferma essere dalla parte opposta del fiume e molto difficile da raggiungere con il mio assetto di progressione e ancor più con una bici da circa 42 kg. Va beh sono inconvenienti purtroppo normali quando si viaggia dato che ti fidi di qualche waypoints non troppo corretto. Al mattino seguente, vado all’ufficio postale, per recuperare il pacco di viveri e altro che mi ero preinviato, e oltre alle mie cose trovo in automatico l’invito da parte dell’impiegata di sostare un giorno in più per rilasciare un intervista e una visita alla piccola scuola locale, che sarebbe stata molto gradita dagli alunni. Come fare a dire di no, ci accordiamo e così sosto a Tanana per un giorno (John e sua moglie sono ancor più contenti). 

La visita nella scuola è molto colorata e poter ritrarre quelle facce somaticamente diverse e piene di dettagli fotografici mi lascia un po’ deluso dato l’abbandono della mia attrezzatura, va beh bisogna continuare ad “apprezzare quello che viene”.  Il mattino successivo saluto e scendo l’argine dello Yukon, dopo circa 3 km scendo e continuo spingendo la bici. Per un po’ il vento si ferma e le ore del mattino vengono caratterizzate da un grigio intenso e dopo da un nero temporalesco a circa 25°C sottozero. Non voglio pensare a quello che potrà succedere a breve, e mi trovo che spingo a una velocità leggermente superiore che mi sta sfiancando; la mancanza di riferimenti fisici e\o morfologici non ti fa apprezzare il tratto coperto. Sono in mezzo allo Yukon in perfetta solitaria, unito da una traccia molto soffice ma ben dettagliata, e proprio su questo che mi vengono i più grossi dubbi data la tormenta che a poco dovrebbe avvolgermi. Si va avanti, e di li a breve ci sono tutti gli ingredienti, neve, vento, scarsa visibilità e freddo difficile da gestire, e limitato nella progressione dalla sola spinta della bici, “perfetto non manca niente”.

Folate di vento, neve, freddo e via via dicendo, e ogni tanto la vibrazione all’interno della giacca a vento del telefono satellitare che annuncia messaggi da  parte di chi mi sta seguendo, e che contribuisce ad allentare la morsa di concentrata apprensione per poter progredire sullo Yukon in quelle difficili condizioni.

Arrivo a notte al waypoint della famosa boneyard cabin , e constato con delusione che non c’è nulla (john aveva ragione), solo un alto argine difficile da superare e la tundra con la sua vegetazione molto rada e bassa. Data l’ora e l’enorme pericolosità di attraversare rischiando di bucare (non ho ciaspe con me) il grosso spessore di neve fresca rischiando di finire in un subdolo e pericolosissimo overflow ; non mi inoltro a esplorare l’altra parte dello Yukon per cercare una cabin nel buio pesto e durante una tormenta di neve, anzi bisognerebbe continuare per non correre il facile rischio di rimanere bloccati, però sono troppo stanco e ho bisogno di ripararmi per mangiare, e dormire almeno due o tre ore. Continuo ancora fintanto che trovo un argine  meno impressionante e riesco a salirlo dopo una verifica senza bici. Sono contento di quel micro risultato che ossigenerà le mie energie. Bivacco a – 32°C, riesco a dormire come un ghiro per circa 3 ore, poi bisogna ripartire. Per fortuna i fiocchi di neve sono freddi e minuscoli, e mi permettono di intravvedere ogni tanto quello che rimane della traccia da seguire; speravo veramente di trovare delle condizioni meteo più favorevoli. Mangio, spingo, penso e mi lascio andare a tutte le attività mentali proprie di questi difficili momenti, che ti fanno dettagliare ancor più contesti, rapporti, contatti nel suo più intrinseco valore. Le analisi mi conducono a riconsiderare situazioni che per la fretta o per altri motivi, le avevo forse sopravalutate o sottostimate. Continuo a progredire senza vedere praticamente niente, e verso sera, smette di nevicare e il cielo si apre. Mi sembra di essere un signore apprezzando questa concessione della natura; il bello di queste “intrusioni” (non so come definirle) ti regala un immenso piacere da elementi che usualmente non testiamo  e ci portano,  normalmente come accade, in tutt’altra direzione.  Bivacco all’aperto per un’altra notte, confortato da una lieve aurora boreale, che cerco di riprendere con esito purtroppo negativo.

Sono stanco, ma molto contento della tratta superata in quelle condizioni; il terzo giorno continuativo sullo Yukon dovrebbe condurmi al lodge di Sam, con tutte le considerazioni di ritorno.  Riparto dopo qualche ora di bivacco e purtroppo il cielo si rannuvola senza comunque nevicare e verso mezza mattinata sento un ronzio da distante,  perlustro il cielo e non vedo niente, abbassando gli occhi vedo due motoslitte che arrivano dal mio stesso senso di marcia. Di li a breve incontrandomi si fermano,  per scambiare le “due parole” di rito su chi viaggia sullo Yukon in inverno in certe condizioni; erano due ingegneri minerari carichi fuor di misura, che stavano arrivando da Fairbanks per andare fino a Galena (villaggio sullo Yukon che dopo leggerete).  Che bello poter scambiare qualche parola con altre persone, il ritorno alla civilizzazione mi fa apprezzare ancor più il distacco totale da qualsiasi rischio di avvicinamento a pericolose forme di cieco e fuorviante integralismo.  Mi offrono una mignon di Johnny Walker, che accetto ben volentieri e gli assicuro che consumerò in un altro momento, decisamente più indicato. Loro ripartono e mi fanno apprezzare sempre un misto di felicità e un po’ di tristezza,  dato l’accomunamento naturale enfatizzato da certe situazioni.  Sto continuando a spingere e portare la bici ininterrottamente da più giorni, però oggi apprezzo una sorta di ritrovato sollievo di chi raggiunge un traguardo paragonabile alla vittoria di una importante corsa; e mi sto riferendo al fatto  che ormai dovrei incontrare i segni che Sam (conosciuto via web), dovrebbe aver lasciato sul fiume per indirizzarmi al suo lodge.  Difatti prima dell’imbrunire, trovo i segni e la deviazione che mi aveva marcato con la motoslitta per arrivare al piccolo paradiso della sua casa.

E trovo anche i due ingegneri minerari che incuriosendosi dei segnali lasciati sulla traccia,  si erano fermati per potersi scaldare. L’apoteosi dell’incontro è quello dei più grandi appuntamenti, e mi riempie di una felicità enorme. I due snowmachiners continuano con il loro viaggio, e io mi fermo accolto da un personaggio che ha scelto di vivere con la moglie in una parte molto isolata dello Yukon. L‘incontro si rivela essere tra i più interessanti, e riempio Sam di domande sui vari aspetti della sua vita. Lui molto inorgoglito e penso contento di poter parlare con qualcuno mi illustra tutto quello che aveva creato con le sue mani; dalla casa, alla caccia e pesca necessaria per il suo sostentamento, alle sue attività di allenatore di cani da slitta e via dicendo. Per cena, aveva messo a marinare da circa una decina di ore degli ottimi spessi pezzi di carne di alce, che di li a breve me li prepara con una scottata sul fuoco; non occorre che lo scriva si capisce in automatico che ho “liberato” dal suo delizioso contenuto la capiente padella. 

E’ pericoloso sostare in certe situazioni, dato l’elevato rischio di non staccare il culo dalla sedia troppo facilmente.  

Il giorno dopo riparto per raggiungere il minuscolo villaggio di Ruby, che non distanzia di molto. 

La giornata è bella, fredda, e sempre con neve molto soffice (ormai avete capito come progredisco e non mi dilungo).

A Ruby ad accogliermi c’è una famiglia Atabaskaan, che mi mette a disposizione la sua casa e mi mostrano molto orgogliosi l’ultima nata che ha sangue Eskimos; solita accoglienza delle più calorose e solito spropositato riequilibrio calorico; preparandomi gli spaghetti cerco di intervenire stoppando la cottura, ma disilluso lascio perdere ( a loro piacciono decisamente molto molli e stracotti), anzi buoni lo stesso e ingurgito tutto il preparato, sotto gli occhi increduli del secondo genito (molto  molto robusto) che pensava di essere l’unico proteso a certe capacità.  I contatti con gli aggiornamenti meteo da mia moglie,  e le previsioni meteo della televisione accesa in modo continuativo 24 ore al giorno, danno la “rottura “ del tempo con neve per altri 3 giorni.  

Il marito della signora, di ritorno dalla caccia, mi conferma che lo stato del trail è pieno di neve fresca e riportata dal vento (come  pensavo – la solita situazione di c…a). 

Un po’ di conti, il villaggio successivo di Galena è a 50 miglia (80 dei nostri km), la principal (nostra preside) della scuola che mi dovrebbe ospitare, l’ho già contattata e mi lascia una porta aperta per l’arrivo notturno.  Altre 24 ore continuative di spinta della bici per entrare in Galena, significano esporsi alla parte iniziale della tormenta prevista; di buon mattino scatto in piedi,  vado fuori e la notte è così buia che oltre a non esserci le stelle e la luna, c’è la perturbazione che sta montando. Parto molto presto per guadagnare tempo il più possibile, ma verso le dieci del mattino vento, neve e freddo sono così intensi da cominciare a farmi ripensare al programma del giorno, appoggiandomi sull’unico conforto del vento favorevole che arriva da est. Dopo un’altra ora, la traccia è completamente coperta dalla neve; poco da fare con una tormenta così sferzante e fredda, non avendo neanche la tenda per ripararmi,  e il villaggio di Galena decisamente troppo distante da raggiungere (mi sto muovendo con una velocità molto più bassa di quanto pronosticato). Decido di tornare indietro per mettermi in sicurezza. Come mi volto e comincio a spingere contro vento, faccio una fatica che non auguro al peggior nemico; per rientrare a Ruby e mettermi in sicurezza impiego quasi più del doppio e con un inizio di congelamento, su una parte molto delicata. Dentro la mia testa continua il ritornello “questa è l’alaska e bisogna accettare e apprezzare quello che stai vivendo”. 

Ritornato “a casa”, vengo accolto con sollievo dalla famiglia che mi aveva ospitato la sera precedente; continua a nevicare  e il giorno successivo le temperature si alzano drasticamente fino a 2°C soprazero; decido di ripartire per un altro lunghissimo tratto di spinta.  A circa 25 miglia (40 km scarsi), vengo fermato da un tratto di almeno 5 km di overflow impossibile da superare. Arrivano anche tre motoslitte che decidono di tornare indietro; dato che ormai mancava poco a sera decido di fermarmi e bivaccare, sfruttando il gelo della notte per superare sotto l’argine, l’insidioso overflow. Il giorno seguente, con il massimo dell’attenzione (guai commettere errori),  supero l’overflow con la massima contentezza che vivi in certe situazioni (come vincere battendo l’avversario molto più forte di te). 

Sono stanchissimo e anche se mangio in continuazione fatico notevolmente a riequilibrare le energie e le motivazioni; a parte qualche ora ho spinto e portato la bici per 500 km circa.

Arrivo a Galena nella serata e mi fermo nella scuola a dormire; praticamente non incrocio nessuno alla sera, e al mattino di buon ora quando sto uscendo per ripartire, incrocio una persona tuttofare della scuola 

( il nostro bidello), mi saluta e mi chiede se avevo bisogno di qualcosa, ma ringraziandolo e spiegandoli che devo uscire quanto prima data l’abbondante nevicata in essere, lo saluto e scendo sullo Yukon. 

Fortunatamente c’è “traffico” di motoslitte, che tengono aperto il sedime della traccia. Non nascondo che mi sarebbe piaciuto notevolmente fermarmi un po’ di più, però è un segnale tangibile del super lavoro condotto fin d’ora che mi sta letteralmente sfiancando.  Stessa solfa per circa altre 50 miglia (80 dei nostri km), fortunatamente con una nevicata in attenuazione e un po’ di vento che sta pulendo l’aria. Sono sulla traccia come un automa, mi accorgo di non osservare alcun che e di apprezzare solo se supero o meno il livello di fatica necessario alla progressione. Non nascondo che questo fatto mi infastidisce, perché non riesco più a cogliere la positività di quello che sto facendo, anzi…… Arrivo a Nulato,  dopo 22 ore di spinta continua, verso le 4 del mattino, molto contento, perché ho superato due tratti di Yukon molto insidiosi.   Entro nella scuola (preventivamente avvisata la principal con il satellitare), e mi butto giù a dormire senza neanche mangiare, non so se ho più sonno o più fame. Dato il caldo della scuola e la stanchezza prendo sonno sopra il sacco a pelo mezzo vestito, in una situazione indecorosa penso perfino per un barbone; il trambusto degli alunni che entrano nella scuola, mi fa sobbalzare per recuperare un po’ di dignitosa  presentabilità. La principal quando mi vede, mi capisce al volo e mi dirotta verso il suo ufficio piccolo ma silenziosissimo. M i lascio andare e dormo della grossa fino a metà pomeriggio; al mio risveglio tutti gli alunni sono già tornati a casa e trovo la principal che mi sta preparando da mangiare.  Non penso che certe situazioni possano essere commentate, dato l’alto livello di discrezione incontrato.

Al mattino successivo, sempre di buon’ora esco, data anche la complicità di un sereno da capogiro, riuscendo a vedere anche qualche lieve northern light (impreco per l’attrezzatura fotografica).

La tratta di oggi che mi dovrebbe far entrare a Kaltag durante la notte successiva, mi lascia tranquillo perché a metà percorso c’è il villaggio di Koyukuk.  Per coprire le 22 miglia (circa 35 km), impiego tutto il giorno, in una giornata anche se fredda (circa -30°C con il vento), ma soleggiata e con una visibilità che ritempra gli animi; c’è poco da fare il mio livello di stanchezza è a valori troppo alti. Devo cambiare qualche cosa pur di ritrovare motivazioni e quanto necessita in questi momenti, ma oggettivamente faccio una fatica enorme, mi sta passando anche la malsana idea di abbandonare fornello, benzina, sacco a pelo per alleggerirmi ulteriormente, ma prontamente rinsavisco, non commettendo errori che possono rivelarsi molto pericolosi. Riparto da Koyukuk, per arrivare a Kaltag; il tratto non è lungo, e anche se impiego poco tempo rispetto ai giorni precedenti continuo a fare una fatica enorme,  non riuscendo a cogliere nessuna positività che solitamente rappresenta il mio motore. Salutando lo Yukon entro a Kaltag, e la Principal gentilmente mi accoglie con il pacco che avevo inviato alla posta (alle 16.30 chiude e riapre alle 8.30 del mattino). In serata nella scuola c’è anche un concerto di una band di musiche originali tribali, che inorgogliscono il personale della scuola e contribuiscono ad allentare la mia notevole carica di tensione negativa, accumulata procedendo in questo modo. Al mattino successivo, con il massimo delle speranze,  esco per continuare sul portage, il trail che dovrebbe condurmi sull’oceano pacifico, ma ben presto mi rendo conto che la situazione, è peggiore di quella affrontata sino ad’ora. Vado avanti, torno indietro, provo a prendere un’altra direzione, ma mi ritrovo sempre sulla stessa condizione di neve fresca e alta. Tornando indietro al villaggio di Kaltag, incrocio un anziano che mi aggiorna sul fatto che non c’è trail, perché ricoperto da uno strato di neve fresca di 50 - 60 cm fino ad Unalakleet. 

Il che significa spingere e portare la bici per altri 150 sicuri + 50 km probabili, in una condizione che risulta opprimente. Non impiego un secondo in più, per accontentarmi e apprezzare appieno quanto fatto, e aver coperto la considerevole distanza di circa 640 km in condizioni molto difficili, sopra il ghiaccio e l’abbondante  neve fresca dei due grandi fiumi che attraversano il bush dell’alaska. 

L’esperienza vissuta, resa ancor più difficile per l’enorme fatica fisica affrontata,   mi lascia un’abbondante margine di soddisfazione, per aver conosciuto in modo diretto la peculiare inusualità della vita invernale che si svolge sulle importanti arterie fluviali ghiacciate e innevate. 

Sono veramente felice di aver raggiunto il traguardo di Kaltag,  e non incaponirmi a continuare con un binomio molto difficile da coniugare, rappresentato dall’abbondante neve fresca e la bici. In tutti questi giorni, non si è mai verificato il piccolo pertugio meteo che concedesse una qualche soluzione, e allora bisogna continuare ad accettare il grande risultato fin qui colto, che l’Alaska mi ha offerto.

Alessandro Da Lio.