Iditarod 2008

                                                                                                                     

24-02-2008, Knik lake (ALASKA)

Domenica alle 14.00, con una giornata splendida e temperatura di qualche grado sotto zero parte l’iditarod trail invitational, gara divisa in due sezioni (una corta di 560 Km e una lunga per un totale complessivo di 1800 Km), percorribile con le bici, con gli sci o semplicemente a piedi. Le condizioni del trail sono ottime e da subito si riesce a pedalare anche a 20-25Km\h (dato per me eccezionale su questi tipi di fondo); con antonio,dario e rok, formiamo un gruppetto che detta i migliori auspici. Tutto funziona, il sottile strato di neve ben compattato sopra il ghiaccio portante dello Yetna e del Flathorn lake, ci permette di arrivare al primo chekpoint dopo solamente 6 ore e quaranta minuti, con  la migliore motivazione per il naturale proseguio. Ognuno di noi ha le sue particolarità; dario ha in mente i tempi e conseguentemente con “i spini sotto al sedere”riparte e io non lo vedo più, rok è una locomotiva e continua imperterrito per la sua strada, io e antonio ripartiamo assieme procedendo con il nostro passo e dopo poco il meraviglioso quartetto si sgretola e ognuno prosegue con le proprie velocità. Di notte sullo yetna e poi sullo skwetna vado mantenendo il mio passo regolare e assaggiando il freddo delle prime ore notturne alaskane con temperature normali (da meno 15 a meno 20° C) ma molto umide. Verso le cinque di mattina, comincio a vedere doppio fin tanto che mi fermo per consultare meglio il gps (che avevo sbirciato di tanto in tanto), e con mio profondo rammarico mi accorgo che avevo dormito su di un waypoint, tanto da averlo completamente oltrepassato (vi risparmio i rimproveri che mi sono affibbiato); sono fuori rotta di circa 15 miglia in avanti rispetto al checkpoint di skwetna; mi fermo in un lodge che forse è stato costruito qualche minuto prima appositamente per me da qualche forma divina. Giovane famiglia di canadesi con una neonata che gestiscono questo nuovo lodge; mi fermo un paio di ore e dopo, pensando di aver appreso la deviazione consigliatami riparto seguendo l’indicazione del gps, giusta ma con colline da attraversare con la neve a metà gamba e spingendo la bici, arrivo a quasi 400 mt dal punto prefissato con un salto di quasi 100 mt di dislivello e un fiume da attraversare non battuto da moto slitte e con buchi nella parte centrale. Giro la bici e ripercorro tutto il tragitto a ritroso (sempre con la stessa sequenza di epiteti), per verificare successivamente che la traccia non era la prima (quella in cui avevo deviato) ma la seconda, che si manifesta da subito più agevole e che percorre il fiume sul lato opposto tanto da farmi evitare l’ultimo pezzo delle colline. La traccia è giusta e continuo in direzione di finger lake  fino alle tre di notte, che dato il sonno arretrato (sono quasi 30 ore che sono in movimento) mi fermo a bivaccare all’aperto con temperature buone di circa -20° C. Tutto va bene e dopo tre ore di pausa riparto, e verso le nove del mattino sono al checkpoint di finger lake. Stop di 4 ore circa, poi riprendo il trail per puntilla, con neve dapprima molto soffice (spingere diventa inevitabile) e poi per un tratto abbastanza lungo in mezzo al bosco con neve molto ben compattata riesco a pedalare divertendomi e potendo superare in velocità terribili tratti con pendenze da scalatore. Sono a shirley lake e vado a trovare mike e sua moglie ingrid, anche per consegnargli una scatola di cioccolatini ferrero (una bottiglia di vino mi risultava difficile poterla trasportare), per ricambiare la loro accoglienza dell’anno precedente con dei pezzi di salmone affumicato da leccarsi dita e baffi.

Anche quest’anno mi fanno assaporare la loro specialità di alce stufato su degli involtini di pane e verdura; meravigliosi, loro e gli involtini. Proseguo a tratti pedalando e poi spingendo la bici data la superfice estremamente molle della neve, e arrivo a puntilla. Sono contento perché arrivo (nonostante lo sbaglio del waypoint) un giorno prima del tempo che mi ero prefissato e in buona forma fisica (qui ho dei sassolini da togliermi dall’anno precedente). Ho ripreso rok che riparte alle 5 del mattino con bill and kathi, io due ore dopo continuo in solitaria, per attaccare il rainy pass e spingere la bici per almeno 8 ore per poter arrivare in cima. Dopo solo due ore di marcia, monta sul solito pianoro, il solito vento molto forte e freddo che mi rallenta; e quel che è peggio dopo altre due ore entro in crisi con il ginocchio Sx che mi duole a tal punto da farmi prima tentennare di continuare la salita e poi a farmi decidere di rientrare a puntilla per potermi mettere in sicurezza. Dopo un’ora circa di discesa incrocio due snowmachiners che gentilmente si offrono di darmi un passaggio ospitandomi nei loro bolidi giù fino a puntilla, fintanto che scendo vedo sconsolato tutto il tragitto coperto in salita e per di più ho un ginocchio in fiamme. Prendo antinfiammatori, mi riposo, mangio abbondantemente e a mezzanotte sono pronto per ripartire; giornata decisamente negativa date le sei ore di marcia inutili e le sei ore di riposo in meno. Subito dopo mezzanotte riparto e dopo otto ore di marcia continua sono sul rainy pass, obiettivo raggiunto e per di più estremamente spettacolare l’alba e tutto il rimanente contesto. Speravo di pedalare in discesa, ma la troppa neve e per di più molto soffice vanifica ogni mia speranza, per tanto mi devo sobbarcare altre nove ore di discesa portando la bici, fino quasi a rohn. Località dove l’umidità amplifica moltissimo il freddo, e per quanto mi possa vestire non riesco mai ad essere realmente caldo. Dopo aver riposato qualche ora sulla paglia della tenda di rohn, riparto a notte inoltrata con viveri e scorte offertemi dal checkker di rohn, dato che il mio pacco è stato aperto e vuotato di tutte le mie scorte (Sali-integratori-mappe-descrizioni dettagliate-cibo-batterie ecc.), purtroppo certi costumi non sono confinabili da stupide frontiere. Riesco a pedalare con più continuità, e forse il fatto di salire e scendere meno frequentemente dalla bici,  aiuta ad affievolire il dolore al ginocchio che mi ha accompagnato per un paio di giorni. In un tratto che implicava un superamento  di overfall impegnativo di un centinaio di metri trovo Cristiane in netta difficoltà, che non avendo calzature idonee era praticamente incollato al bordo di una cascata; passo io portando su la mia bici e poi scendo due volte a recuperare lui e la sua bicicletta. Tutto sta procedendo per il meglio, lo strato di neve si assotiglia, arrivo sui laghi e continuo a pedalare quasi in continuazione sfruttando al meglio la bici, che si presenta precisa ed affidabile, grazie all’ottima messa a punto eseguita dai fratelli scavezzon di mirano. Subito prima di entrare nella zona di bison camp, sul trail incontro un lupo, che forse data la sua vecchiaia, sornione si intrufola nella rada abetaia lasciandomi strada senza apprensioni apparenti; arrivo a bison camp con un vento molto forte da est, potrò riposare mangiare e farmi tranquillamente l’acqua. Verso le otto di sera riparto preparandomi ad affrontare il vento che aumenta di intensità, e dopo neanche un chilometro sono nell’ incompleta capacità di pedalare data la neve accumulata sul trail e l’impossibilità di stare in sella per l’ampia vela offerta al fortissimo vento da est. La notte si presenta tra le più difficili date le circa 45 miglia (circa 70-75 Km) da coprire spingendo la bici che mi serve come riparo e “puntello” per riuscire a camminare e poter stare in piedi fronteggiando il vento; fortunatamente ogni tanto ci sono delle macchie di alberi che mi permettono di mangiare e idratarmi. Unica nota a favore è l’inedito spettacolo che si offre ai miei occhi dell’aurora boreale, che mi accompagna per quasi quattro ore con spettacolari sciami di colori che a volte invadono quasi completamente il cielo, sovrastandomi; difficilmente i miei occhi dimenticheranno la sublimità di questo spettacolo. Vado avanti, trovando una carica continua, a me quasi sconosciuta per superare questa fase estremamente dura. Ogni tanto con anne ver hofe (famosa walker locale,  partita da bison camp qualche minuto dopo di me), ci sorpassiamo, scambiandoci un “how do you do? Or” terribile wind”.  Con le prime luci del giorno (circa le sette del mattino), mi fermo per indossare il parka data la stanchezza, il sonno e l’impossibilità a mantenere un buon livello di temperatura corporea; anne mi sorpassa imprecando o lamentandosi della situazione (non l’ho capito) e non curante delle mie “paternali” indicazioni di vestirsi appropriatamente continua per coprire le ultime circa 7 miglia che mancano al villaggio di nikolay, penso, (meravigliandomi ancora dopo tanti anni di sport, ndr) all’enorme forza di certi atleti. Riparto, e dopo circa mezz’ora di progressione con allucinazioni varie (mucchi di neve che sembravano pacchi postali o giocattoli; se qualcuno sa interpretare cosa possa significare accetto delucidazioni ), vedo anne che vaga in modo confuso fuori dalla sede del trail, in mezzo a dei pini nani, la chiamo gridando a più non posso, lei non mi sente e per di più cade incespicando. Appoggio la bici e affondando nella neve (in bici è impossibile indossare le ciaspe), vado a prenderla per mano per ricondurla nel sentiero;  al primo gelido contatto sento che ormai l’ipotermia la sta soppraffando e quel che è peggio ha le palpebre completamente sbarrate e non percepiscono neanche il volteggio della mia mano, gli occhi e il naso sono vitrei e completamente ghiacciati. Fortunatamente lei indossava le ciaspe e ricondurla nel sentiero non è difficile, apro la sua slitta e le indosso il suo parka e dopo averle raddrizzato le dita delle mani anche le moffole; cerco di fare qualche vano tentativo di massaggio, per riattivare la circolazione sanguigna sulla schiena e sulle braccia, ma l’effetto in queste situazioni e di scarso risultato (a lei non serve ed io mi affatico). Lei si deve muovere autonomamente per generare altro calore, dato che ora è vestita adeguatamente  per continuare, penso di procedere facendola appoggiare con le sue mani nel retro della bici e io davanti la riparo dal vento; tentativo che dopo qualche centinaio di metri si rivela sbagliato, visto che lei non riesce a coordinarsi e cade incespicando, mi fermo e con il mio satellitare cerco di contattare il direttore di gara perché invii qualcuno che ci venga incontro, in soccorso dal chekpoint che ormai disterà circa un sei chilometri;  dopo due chiamate e un’attesa che sembrava interminabile tentativo fallito data la “non risposta”, sono indeciso ad attivare il 911, dato il forte vento  sarebbe stata incerta la stessa possibilità di interventi con l’elicottero. Al che decido di ripararla preparandole un buco nella neve, e un opportuno bivacco il più termicamente  isolato possibile, e successivamente la introduco nel suo sacco a pelo rinchiudendola completamente con la cerniera e lasciandole un piccola fessura per la respirazione; in questo modo poteva mantenere e  recuperare il proprio livello calorico, e gli occhi non venivano ulteriormente sollecitati e per di più sono sottoposti alla giusta quantità di calore naturale. La rassicuro che in quella posizione non avrebbe avuto problemi e che fra poco sarei tornato a prenderla con una motoslitta e così mi precipitavo al massimo delle mie possibilità a nikolay a chiamare aiuto; strepitoso come funziona il cervello, che in quella situazione cancella immediatamente sonno e stanchezza facendoti percepire solamente l’angoscia di non arrivare in tempo a salvare una cosa importantissima che è la continuità di una vita umana. Un tempo interminabile, però solo adesso mi posso rendere realmente conto (e non solamente nel nostro razionale), di quante energie possiamo disporre e non utilizziamo. Dopo aver attivato prontamente i soccorsi, dopo circa 20 minuti le motoslitte riconducono anne in casa, con gli occhi ghiacciati, ma con l’ipotermia scongiurata; successivamente viene condotta all’ospedale di anchorage che con le opportune cure hanno potuto vanificare anche il trapianto delle cornee; i medici mi hanno inviato i ringraziamenti per il buon lavoro di soccorso che avevo svolto. Tutto va bene, e io mi posso sparare in vena tre pastasciutte e alcune porzioni di stufato di alce. Dopo qualche ora di riposo, riparto per l’ultima notte che mi porterà a raggiungere il traguardo della “corta” (560 km di trail). A mcgrath ritrovo antonio, che sta bene e si sta preparando a uscire continuando per Nome, io mi fermo un giorno e decido di ripartire la mattina successiva con rok,bill e kathi. La seconda parte non presenta importanti difficoltà tecniche, presenta un grande salto di 380 km privo di insediamenti umani, in cui bisogna progredire in autosufficienza. Un giorno quasi di festa per me, dato il profondo riposo e la meravigliosa ospitalità offerta da Peter e sua moglie, che mettono a completa disposizione la loro casa; prassi normali per gli abitanti di queste latitudini. Il mattino successivo si riprende la progressione con temperature in aumento e nuvole piene di neve pronte a scaricarne il contenuto (dark snow). Si parte pedalando e dopo poco stiamo già spingendo e portando le bici; superiamo vecchi e abbandonati insediamenti minerari estrattivi, di cui possiamo beneficiare in una vecchia baracca con una stufa a legna e di un primo riparo per la notte. Nei giorni successivi si procede sempre aprendo la pista e spingendo e\o portando la bici; io lentamente sento che il mio approccio con questo tipo di movimento si sta modificando, perdendone la necessaria positività di reazione. Non so cosa mi stia succedendo, con difficoltà fatico a mantenere il passo degli altri anche solamente spingendo la bici. Ormai sono a circa 250 km di spinta della bici, mi rendo conto che se anche avevo messo nel mio razionale preventivo circa 400 km di spinta, non riesco a sopportarne l’idea e non mi gratifico con le piccole distanze che giornalmente si possono coprire. Tocco il mio limite mentale, che pensavo di aver superato appoggiando solo l’adattamento alle condizioni che si presentano, e l’abbandono totale della veste di un qualche agonismo sportivo-ciclistico, che però forse risiede ancora in qualche recondita parte all’interno della mia mente. I pensieri che ospito sono pericolosi, data la non volontà di reazione che mi sta soppraffando, e decido di fermarmi definitivamente fra 40 km per mettermi in sicurezza al checkpoint dell’iditarod sleedog (quella dei cani da slitta) dove in quella settimana c’è un ponte aereo per i loro rifornimenti. Due ore dopo aver preso questa decisione, arrivano 5 motoslitte che anticipano i team dei cani preparandone  il sentiero, e   che acconsentono a darmi un passaggio; 40 minuti dopo troviamo anche antonio che sale anche lui abbandonando l’impresa; tutto questo non mi appaga, anzi mi demoralizza ulteriormente, perché se anche un uomo tenace (come io reputo e per di più friulano) abbandona, vuol dire che il lavoro che io dovrò intraprendere per superare questo mio “ostacolo” è ancora tanto da svolgere.

Siamo a cripple, circa metà gara, molto soddisfatto per il tempo impiegato e per tutte le emozioni e i problemi risolti-vissuti e superati, ma con l’amaro in bocca che metti in conto già con i primi giorni di preparazione e allenamenti dell’anno precedente, e non vorresti mai toccare, l’amaro sapore del ritiro. Ci sono comunque le consistenti positività (e non per autogratificarmi), di aver conosciuto il coraggio di fermarmi preferendo la sicurezza e la conseguente possibilità di poter lavorare e verificare se in futuro potrò superare questo mio limite. Spero di potervi aggiornare alla prossima puntata, per me il cammino continua. Ringrazio di cuore tutti coloro che hanno contribuito a farmi raggiungere questo mio nuovo traguardo del superamento di quasi 900 Km di territori e temperature estreme per l’essere umano; e nello specifico:

 i FRATELLI SCAVEZZON di MIRANO, come SPECIALISTI della BICICLETTA

i preparatori atletici  DIOTALLEVI SIMONE e MASON LUCA dell’ISOLA TRAINING

CENTER DI NOALE (VE)   

i medici del centro di MEDICINA DELLO SPORT dell’ASL 13 di NOALE (VE)

i medici specialistici RIGON ANTONIO  e  BON VIRGINIO

Gli sponsor che mi hanno dato fiducia, anche sapendo di supportare solamente un’impresa sportivo-ambientale e difficilmente commercializzabile per le abitudini delle nostre genti:

CAAF CGIL NORDEST di VENEZIA

DUPLIMATIC ITALIANA di TREBASELEGHE (PD)

PROFESSIONAL DIETETIC (VENEZIA)

ASSICURAZIONI PELLIZZARI di VIGONZA (PD).

Sono profondamente grato a tutta la schiera di amici e colleghi di lavoro che sono stati vicini a me e alla mia famiglia in questi lunghi e duri mesi di preparazione.

Mirano (Ve), 31 marzo 2008

Alessandro Da Lio