Deserto del Sahara 2009

El Layounne, 1 febbraio 2009

 

MINE, MILITARI e  PEDALI SAHARIANI

Arrivo con pioggia torrenziale alle 3 di notte  in aeroporto di EL LAYOUNNE (sahara occidentale), beh almeno visto che l’idea è il tentativo di attraversamento di  un deserto tanto arido quanto desolato, almeno trovo un po’ meno polvere. 

Dopo circa un’ora accompagnato dai normali controlli, esco dall’aeroporto con mezzi bagagli  sono arrivati i telai  bici+carrello, mancano ruote sella qualche borsa; va beh arriveranno.

L’alloggio dell’hotel, quasi completamente occupato dal personale della missione ONU, è più che confortevole e aiuta a far scorrere i successivi 5 giorni di attesa necessari a ricomporre tutte le semplice parti della bici-carrello-borse- e quanto necessita per la vita solitaria in mezzo al deserto.  Le informazioni che arrivano “calde” dagli addetti ONU, indicano un aumento degli incidenti dovuti all’esplosione di vecchie  mine e bombe a grappolo disseminate su un ampia area del sahara occidentale;  in preparazione dell’attraversataripass0 tutte le rotte  accuratamente studiate e analizzate  con il mio carissimo amico e compare di matrimonio  Sergio,  abile navigatore sahariano.

Il giorno    6 \02\2009, posso salire in bici e partire alla volta di boukraa, ultimo punto per scorta di acqua, e dopo solo pozzi per carovaniere all’interno del deserto (incrociando le dita). 

La traccia più che fedele mi indica di lasciare l’asfalto e svoltare decisamente a destra per addentrarmi in una vastità tale da lasciare senza fiato. Dopo qualche chilometro di ottima pista, vengo bloccato da persone con il tradizionale jelabah che mi chiedono spiegazioni su quello che sto facendo, con il massimo della gentilezza li aggiorno che non sono tenuto a riferire ad altri civili sulle mie intenzioni di viaggio, loro insistono e a vicenda scambiandosi nella loro baracca tornano con mezza divisa militare, fucile mitragliatore e radio militare; vien da sé…..ed  esibisco la fiche d’etat . Risolti tutti gli arcani burocratici si impuntano con le mani sul mio manubrio e mi indicano che devo solo girare il “treno del deserto” dato l’alta attività militare che avrei trovato circa a una cinquantina di chilometri (visto l’alta sconsigliabilità  di uscire dalla pista sarei stato di impiccio).

Ritorno sulle mie tracce  e continuo per entrare nel vivo del deserto da un’altra pista più a est.  Poco male, nella seconda possibilità i pozzi sono più distanti, avrò solo più fatica da affrontare. Aumenta il vento che scende quasi in continuazione da nord, e lambendomi di traverso mi impegna notevolmente per tenere il treno in equilibrio, va be’, c’è solo da spingere  e bere in giusta dose fintanto che arriva la sera  che ti fa preparare il campo e assaporare la fine aria umida del deserto che inebria la mente. 

Una prima notte accompagnata da un sonno profondo, e svegliato di buon ora da suoni non troppo sconosciuti, sono accerchiato da capre di varia anagrafica che armeggiano sul fornello e su quanto sta giacendo all’esterno accelerando il mio risveglio per non ricorrere a qualche riparazione non prevista

Ricomposta ogni cosa si  riparte in direzione RPD1,  e verso le undici del mattino attacco la seconda opzione.  Il sahara occidentale non ti dà un riferimento e ogni pietra  ti accompagna nel tuo condurre. Dopo circa tre ore di tranquilla progressione si alza un polverone in senso contrario e dopo un po’ ci sono due equipaggi militari che mi fermano e chiedono le mie credenzialità, normalmente vengono espletate tutte le pratiche  e vengo nuovamente invitato a girare la bici e tornare sui miei passi, sono incredulo e spiego loro che alla missione ONU mi avevano assicurato sulla possibilità di affrontare la pista; sono molto risoluti e penso che forse il problema sta nella comprensione del mio sgangherato francese. Non ci penso su e utilizzo il mio satellitare per  mettere in contatto i militari con il mio compare (belga di nascita e ottimo conoscitore del francese) che mi fa da base in italia ; e purtroppo mi si ribadisce che per intense attività militari sulla RPD1 non posso procedere neanche  su quella possibilità.

Dentro di me, qualche imprecazione viene naturale, anche perché girare la bici significa  procedere con un forte vento da nord che passa per ogni micro passaggio e ti riempie di sabbia e terriccio  in ogni parte.  

Per non incorrere in altri incontri militari che reputo fin troppo cautelativi, dopo essere tornato sui miei passi prendo un’altra pista che passando per esmara posso attaccare la direzione sud da un lato ancora più vicino al confine libico-mauritano. 

GPS al massimo e sono sul deserto, fuori da qualsiasi pista, e solo con le indicazioni ricavate dalla “bibbia” del deserto che monsieur Gandinì rappresenta.  Altra notte in mezzo al deserto, e via si continua con le solite vicissitudini africane (puoi pianificare ogni cosa e irrimediabilmente succede sempre l’inatteso. Mi consolo che  questi ripetuti incontri con i militari mi ha aiutato ad armonizzare  il distacco dalla  società organizzata. 

Procedo, e anche se i chilometri non sono quelli  pianificati, mi sento forte e determinato.  

Impressionante l’aiuto che la situazione esterna gioca sull’equilibrio interiore, e la capacità di adattamento che come umano posso apprezzare, tanto da superare il timore vissuto di essere schiacciato dalla vastità del deserto. Le mie esperienze precedenti erano sempre supportate da sicuri e adeguati fuoristrada,  che mi avevano regalato una visione da una poltrona climatizzata in prima fila; adesso il contatto è molto integrale e lo srotolarsi delle ruote sulle pietraie e sulle lingue di sabbia che ti fanno scendere, ti fanno vivere la musica del tuo respiro, del tuo ansimare e di tutto quello che apprezzi con il vagare della tua mente. Proseguo su questa linea immaginaria che la sicurezza del gps mi regala, l’ansia è comunque alta per non incappare in qualche mina inesplosa. Arrivo al crepuscolo e mi scelgo il bivacco, senza uscire dalla traccia del gps neanche per espletare i fabbisogni natural fisiologici (posso dire di aver usato il gps anche per andar a ……..)

Magiche notti che si susseguono, con tratti di sonni profondi (dato il sempre alto livello di stanchezza) e altri momenti decisamente insonni che appesantiscono il fardello che la giornata successiva ti farà vivere. Più aumento il raggio di introduzione nella mia esplorazione, e più penetro nel deserto in direzione est, ormai  i duecento chilometri di distanza dalla costa atlantica ti fanno apprezzare l’aria caldo asciutta che disidrata e ti fa bere in abbondanza. Mi copro al massimo per ripararmi dai  quasi 40°C (il piccolo termometro avrà senz’altro un margine di errore), sento che sono al limite e assaporo l’inattesa esperienza  di avere un margine di sopportazione allo sbalzo termico di quasi 100°C, considerati i -60°C dell’anno precedente in alaska. L’aria è veramente calda e non nascondo che le ore centrali della giornata mi impegnano seriamente (ogni tanto penso alle meravigliose agiatezze regalatemi dal mio fuoristrada ), vado avanti comunque perché l’idea di viaggiare usufruendo delle mie energie psico-motorie è stata la base di partenza della mia evoluzione sportivo-esploratrice.  Il deserto ti accompagna, non ti fagocita, accetta i suoi abitanti umani e floro faunistici, e a chi lo visita con rispetto lascia questa dimensione miniaturizzata del tuo essere. La progressione continua inesorabile, a volte trovando delle tracce evidenti di passaggio di veicoli e altre tagliando distese levigate dal vento e dal riporto della sabbia (e si spera non di mine); anche perché quando risalgo sulle tracce  a lato ci sono cartelli che ti guardano minacciosi

Sono molto vicino al confine algerino e aumenta la frequenza di attraversamento di tracce di autoveicoli, fintanto che incontro un cantiere di lavoro di preparazione del le opere di base per la costruzione di una nuova strada che dovrebbe essere utilizzata in futuro solo per scopi militari. L’inusuale contatto mi crea un certo piacere, anche se di fatto non riesco a scambiare alcunché; la loro ospitalità è di altissimo livello, tanto offrirmi un pasto “caldo” e la condivisione del loro riparo, che utilizzavano come casa-officina

Breve sosta tecnica data, l’abbondanza di acqua e la loro abbondante offerta di  ospitalità. Si riparte, per sensazioni che si susseguono aiutandoti a vivere una nuova dimensione………..

I giorni passano e il carrello che ho al traino, comincia a sentire il peso del lavoro e delle sollecitazioni, fintanto che il comune scricchiolare si commuta in un gran colpo che mi blocca la ruota posteriore, non oso guardare, penso di aver rotto una gran quantità di raggi, invece dopo qualche attimo di sane imprecazioni e sguardo rivolto all’amica morgana che mi apre l’orizzonte, prendo il coraggio per le corna e guardo il tecnico misfatto, che si presenta come un groviglio di acciaio non più armonico e decisamente arrivato alla “frutta” della sua tenuta; riprovo a raddrizzarlo alla meglio, riparto e dopo qualche chilometro si ripete la sinfonia che non vorresti mai ascoltare. 

Niente da fare, devo sistemare tutto sulla bici (ipotesi messa in preventivo), e purtroppo abbandonare il cimelio scusandomi con il deserto (per noi umani è impossibile fare qualcosa nella neutralità assoluta e senza modificare l’esistente). Impreco con me stesso, e continuo.  

Con l’ormai amica morgana  (per me)“ dea delle carovane”, continuo……non ci sono montagne e tantomeno altre situazioni che aiutano gli usuali stimoli per continuare, solo la voglia di esplorare un tuo modo di rapportarti con l’esterno, e l’assordante silenzio che ti avvolge,  conferma quanto noi umani siamo fortunati nel poter tentare una scala infinita di variazioni. 

Si susseguono i giorni e i chilometri, in un alternanza di emozioni e immagini  più che gratificante. Tutto il sistema mente-uomo-bici, sta tenendo….

Settecento, ottocento, novecento chilometri, polvere, caldo, freddo, è giusto , è sbagliato, forza, paura,  famiglia, amici, musica, lavoro e così via; allungando lo svolgimento dell’attraversata e poi  piegando in  piena direzione sud; sono contento sembra stia funzionando la modifica al proibito disegno iniziale Quando ci si muove in un contesto simile è difficile poter trasferire tutta la meravigliosa scala di emozioni vissute e in attesa di…. Risposte intelligentemente curiose, o di scontato basso profilo da “paonazzo  avventore” . 

Tutto sta procedendo, e come sempre quando la situazione sembra sia la migliore, verso le due di notte svegliato dal rumore di un diesel che si sta avvicinando, salto fuori dalla tenda data la sistemazione proprio sulle tracce di passaggio (per essere sicuro di non bivaccare senza calpestare qualche mina inesplosa), a fatica  vedo transitare a circa duecento metri di distanza un vecchio fuoristrada che avanza senza fanali e le luci della notte che lo fanno sembrare uno strano sogno; torno in tenda con un misto contentezza e abbattimento. Sono diversi i giorni che mi muovo con l’angoscia di calpestare qualche mina, che la scena vissuta mi rasserena; d’altro canto sono adirato con me stesso per aver forse colto in modo sbagliato o esagerato qualche indicazione. In questo misto umorale, rientro nel mio sacco a pelo e chiaramente scorrendo tutte emozioni vissute in questi giorni non ci penso neanche a dormire. Verso le quattro di notte, sento un altro rumore di diesel, molto più forte, e non riesco neanche a tirare giù la cerniera del sacco a pelo (quando vuoi essere celere si incastra anche l’inceppabile), che mi trovo con tanta di quella luce in tenda da palco di concerto rock, esco e ci sono dei militari completamenti bardati e chiusi nei loro piumini e copricapi con fucili in mano, che mi salutano e chiedono la mia identità ed il motivo della mia presenza in quel posto (mi sembra di cogliere la loro affermazione che erano anni che non vedevano foresti in questi posti). La pratica del controllo dell’identità tramite contatto radio con non so chi, dà esiti favorevoli, e riconsegnandomi il passaporto mi indicano il nome dell’oasi (auxaush)che avevo superato due giorni prima, io molto candidamente rispondo con isdrjia (nome dell’oasi successiva, al che in perfetto inglese (fino a quel momento avevano parlato francese), mi ribadiscono alzando il bordo del loro copri bocca scandendo il nome dell’oasi precedente, e che potevo mettermi in movimento con il mattino successivo. Risalgono e sfiorando la mia tenda e mi salutano con un ampio gesto della mano; io resto  per un po’ in piedi incredulo e inebetito, poi ritorno in tenda e mi son sentito privato della mia libertà decisionale. Al mattino successivo, ritorno sui miei passi e ritrovati i lavoratori del cantiere militare spiego l’accaduto e chiedo qualche spiegazione un po’ più dettagliata, che con una semplice e secca risposta mi rispondono “boccu de traffic- boccu de discussion”. Anche se non conosco il francese realizzo che è meglio che mi faccia i fatti miei e continui per un’altra direzione. La meravigliosa ospitalità del capo cantiere risolve l’ormai incapacità di trovare itinerari alternativi, e facendomi tornare per un’altra pista  (a me chiaramente sconosciuta) posso solo procedere per raggiungere Dakhla, riavvicinandomi alle piste in riva all’oceano.               

E facendo degli incontri più che inattesi (pescatore solitario di corvine , bivaccava in riva dell’oceano in riparo creato con qualche frasca e utilizzava il solo coltello appeso al collo per espletare la sua arte). Va be, altre emozioni e situazioni; tutta la preparazione e la concentrazione è stata spostata per completare i giorni che mi sono rimasti disponibili, per fare gamba e muovermi su un ambiente molto più popolato (incrociavo qualche camion al giorno o qualche altra forma di vita). Al mio arrivo al posto di blocco militare di Dakhla, mi esprimono la loro cordialità nel vedermi nella loro postazione, e offrendomi un tè mi spiegano che mi stavano aspettando, basito (forse avrò senz’altro fatto una espressione da incredulo) mi congratulo con il loro mestiere e assaporo quell’atto di cordialità tanto semplice quanto bella. I giorni persi per cambiare rotta e per tentare di non incappare nei vari posti di blocco, mi hanno comunque consentito di coprire 1289 chilometri in solitaria e autosufficienza, in un ambiente che sviluppa oltremodo la propria attenzione per qualsiasi dettaglio. 

Nonostante le difficoltà di navigazione ringrazio le autorità militari, perché ho sempre colto la sensazione che le deviazioni che mi hanno imposto erano dettate  da precise indicazioni atte a non espormi  a qualche pericoloso incidente. 

Da parte mia, la soddisfazione di raccogliere il risultato positivo che la sfida di muovermi in mezzo al deserto in autonomia e solitaria, disponendo della mia unica energia motrice ( fatta qualche anno primo dentro il mio fuoristrada), si era avverata.