Alaska 2010

IDITAROD, 2010-03-17

 

KUSKOKWIN e “muse illuminanti”
Dettaglio dell’Iditarod 2010; corsa di ultramaratona che si svolge sulle nevi e ghiacci alaskani in inverno, affrontata da Alessandro Da Lio.

 

Il mezzogiorno del 28 febbraio 2010, Sono a Knik lake, un ramo a nord dell’insenatura di anchorage, alaska, e aspettando la partenza prevista per le ore 14.00, sto assicurando il carico sulla bici, appositamente ben preparata dai Fratelli SCAVEZZON di Mirano, per attraversare l’alaska partecipando alla mitica e durissima “iditarod”; ultramaratona di 560 e 1800 Km rivolta a walkers, biker e skiers. Il cielo è molto grigio e variabile,  ma la mia voglia e determinazione, sono colorate e stabili   più che mai; anche perché l’ansia vissuta nell’ultima settimana di molte miglia di overflow sullo sviluppo del trail (formazione di acqua sopra lo strato di ghiaccio dovuto all’innalzamento sopra lo zero della temperatura dell’aria), di profondità anche di 50-70 cm, è stata risolta dall’abbassamento di qualche grado sotto lo zero delle temperature. Anche se continua l’anomalo “caldo” per il periodo, sono sufficienti a fare un po’ di spessore e crosta di ghiaccio che ci consentirà di passare senza indossare stivaloni da pescatori. Tanta voglia di partire e mettere in pratica i risultati di una preparazione lunga, difficile ma gratificante, dati i più che confortanti risultati di ritorno che la squadra di alto livello che mi ha seguito e “disegnato” sulle  capacità fisico-atletiche di un normale cinquantenne con la passione dello sport e dei viaggi.

                     

Sono contento e fiero di citare il lavoro svolto con l’istituto ISMERIAN  di treviso:

  • Dott.sa Sonja Ongaro, ISTITUTO ISMERIAN di Treviso (coaching mentale)
  • Dott. Filippo Ongaro, ISTITUTO ISMERIAN di Treviso (metabolismo, alimentazione e struttura della preparazione)
  • Trainer Simone Diotallevi, ISTITUTO ISMERIAN di Treviso, (lavoro di preparazione all’endurance specifico sulla bicicletta) 
  • Trainer Luca Mason, dell’ISOLA TRAINING CENTER di Noale, (lavoro di preparazione generale)
  • Dott.ssa Donatella Noventa, e lo staff della “MEDICINA DELLO SPORT” ULSS 13 di Noale, (lavoro di controllo e verifica della risposta cardiaca)
  • Fratelli SCAVEZZON di Mirano, preparazione  e “pennellamento” della bicicletta per la mia struttura fisica più da scaricatore di porto che da ciclista.

Il gruppo dei 50 concorrenti proveniente da tutto il mondo, che si accinge a prendere il via è costituito dal “zoccolo duro” degli alaskani e americani che notoriamente si confrontano per migliorare i vari record, e poi da altre sfide collettive e individuali da svolgere in un territorio tanto bello e difficilmente ospitale, quanto duro e sicuro di fortissime emozioni che certamente segneranno il futuro di ogni partecipante. Guardandomi attorno, ricado nel consueto errore di osservare con un occhio di riguardo i “ciclisti”, e continuo a farmi del male constatando che l’età media dei pedalatori è di almeno una ventina di anni più bassa della mia; unica eccezione, per niente confortante dati i suoi sempre verdi risultati agonistici, è di Rocki Reifenstul alaskano. 

Fa niente, io penso alla mia Iditarod.

Quest’anno, posso consentirmi anche il lusso di vivere questa intensa sbornia di emozioni che il superamento del tracciato prevederà, con il forte e giovane Sebastiano, ciclista a cui ho cercato di trasferire tutte le mie passate e vissute esperienze alaskane, in modo che possa accedere con la massima fluidità all’austera accoglienza che la natura offrirà.

                                                               

Ore 14.00, il “gruppo di matti”, parte, e mi metto subito alla ruota del fortissimo Pet Basinger, che da qualche anno vince quasi con il massimo  della continuità, e va talmente forte, da non farmi vedere dove oltrepassa il lago della partenza; gioco e mi diverto per qualche km, stando alla ruota del N° 1, e svelo l’arcano che mi frullava per la testa da tempo. Dopo qualche km, soddisfatto mi fermo per far rientrare il cuore, e poter avanzare con il mio passo e soprattutto assieme a Sebastiano, che mi aveva confermato la sua volontà a condividere il tracciato fino a Mac Grath, nonostante i miei incalzamenti a una sua più veloce e naturale progressione. Continuiamo per il veloce tracciato del trail che la durezza del fondo fa apprezzare ai fruitori della bicicletta, e fa imprecare agli altri racers; dopo circa un paio di ore tutto svanisce e il copioso strato di neve fresca e non consolidata ci fa scendere e iniziare il solito “ballo del ciclista alaskano”, scendere e spingere per risalire al primo tratto utile e restare con le gomme avvinghiate al successivo accumulo di neve fresca; questa è la corsa e bisogna accettare e apprezzare quello che viene. Ciononostante si spinge e si va avanti, sino al Flat Horn lake, dove una nevicata rinforzata da un leggero vento caldo ci accoglie e non ci fa apprezzare le prime vastità alaskane, che la notte incalzante ci prepara. Progrediamo, superando di buon passo, anche l’insidiosa confluenza tra i fiumi susitna e yetna. Le temperature decisamente calde (qualche grado sotto lo zero), e anche indossando il numero minimo di strati, non agevolano l’estrusione del sudore, e dopo qualche ora sono con i piedi e schiena fradici. Poco male, anche se quasi con il doppio del tempo rispetto a due anni prima, arriviamo al primo checkpoint (11 ore e 20’), e possiamo gustare un posto riscaldato da una buona stufa a legna e da una gradevole ospitalità degna degli alaskani. Stato fisico e voglia, anche se iniziate da un cospicuo numero di km con neve soffice (pressione bassa delle gomme e super lavoro per le gambe), sono a un buon livello. Tre ore circa di riposo, e poi via verso il secondo check point. Morale alto, e scambio di impressioni con Sebastiano, mi fanno vivere un’alaska inedita, data la mia partecipazione alle edizioni precedenti in quasi completa solitudine. Unico rammarico il considerevole strato di nuvole, che non mi fà apprezzare la vastità del “soffitto” di stelle che l’inesistente inquinamento luminoso ci avrebbe regalato; sotto questo profilo sono stato viziato nelle edizioni precedenti. 

Durante la lenta progressione sullo skwentna, facciamo una breve sosta nella piccola ma ricca cabin di Cindy, una signora amica dei racers “ultrasport”, che ci offre oltre alla sua proverbiale ospitalità della cioccolata calda e dei biscotti fatti in casa; non ci è permesso di ricambiare in qualsiasi maniera. Grande cindy, siamo in debito; un altr’anno bisogna passare e ricambiare in qualche maniera. Progrediamo sempre sullo skwenta, e purtoppo la cupezza meteo ci fa assaporare solamente una piccola scala dei grigi; va bene comunque, bisogna pensare a spingere sui pedali per cercare di galleggiare il meglio possibile su una neve abbastanza soffice, molto più adatta ai “leggeri” che a un peso massimo come il mio; comunque contento arrivo al secondo checkpoint (7 ore e 27’). 

La storia che si ripete è sempre un bel ritornello, condito di una deliziosa ospitalità e farcito da una calda stufa a legna che asciuga il fradicio abbigliamento, fintanto che consumiamo un pasto caldo.

Dopo due ore e mezzo di stop decidiamo di ripartire per superare le hill prima del buio e regalarci qualche ora di sonno nel lodge di Zoe, a shell lake. Continuiamo la nostra progressione a spinta fintanto che non raggiungiamo la sommità e dopo riusciamo a salire in bici per apprezzare una discesa che ci apre il sipario di shell lake. Arrivati da Zoe (4 ore e mezza), l’incontro con mike il marito di Anne, che ci offre una cena e continua in ogni sua azione a dimostrarmi la sua infinita gratitudine per il mio gesto di un paio di anni fa che ha salvato vita e occhi della moglie. Dopo qualche ora di sonno profondo , alle quattro di notte accolti da una copiosa nevicata ripartiamo; io come al solito mi attardo qualche minuto per raccogliere vestiti e oggetti vari che letteralmente “semino” quando arrivo. Data la scarsa visibilità, dopo aver indicato a Sebastiano che il trail continua a ovest per un centinaio di metri in salita e dopo gira decisamente a destra in direzione nord, puntando verso l’alaska range; continuo praticamente spingendo la bici, dato il continuo sprofondare sulla neve soffice che anche la pressione bassa delle gomme non riesce a far galleggiare il mio extra peso. Amen, questa è la situazione e bisogna spingere, cerco di farlo con maggior solerzia, ma devo continuare con il mio passo (quella della 1800 km), anche perché la mia meravigliosa “musa illuminante”  che si chiama schiena, comicia a indispettirsi dell’assimmetria di spinta a cui la sottopongo. Non riesco ad alternare la posizione e mantengo una spinta più forte e fluida solo da un lato, tutti abbiamo il nostro “dritto”; arrivo a finger lake (dopo 7h e 57’) e trovo che Sebastiano ha preferito continuare unendosi a un gruppetto di altri bikers molto più affini per passo e per attenzione del “tempo finale”. Devo cambiare in corsa la pianificazione, e devo pensare al proseguio immediato del trail che vede il superamento delle critiche e insidiose erte ricoperte di ghiaccio, che notoriamente i bikers cercano di superare in gruppo per potersi aiutare a vicenda;  come al solito, rientro nel mio contesto di piena solitudine e mi devo rimboccare l’entusiasmo per affrontare il normale proseguio (sonja si è rivelata fondamentale per l’indicazione dei “supporti di partenza”); prendo le mie scorte di viveri precedentemente inviate, e riparto (1 ora e 12’ di stop) a spingere cercando un po’ di clemente complicità dalla mia “musa illuminante” (schiena ndr). Il trail è pieno di neve fresca, e per niente agevole, e dopo un paio di ore, sulle irtissime erte, la mia musa si impunta e irrigidisce tutta la struttura muscolare; non ci penso un attimo e mi servo dei fedeli antinfiammatori che svergolando la muscolatura, mi consentono di continuare senza dover fermare di sovente la mia progressione. Nota positiva e gratificante, sul trail incontro due snowmachiners (utilizzatori di moto slitta), che si fermano e riconoscendomi si complimentano con me per quanto fatto un paio di anni prima, questi micro gesti allargano e riempiono la mia volontà di progressione. Viene buio, e anche se procedo in modo continuativo, è sempre comunque lento ma inesorabile. Supero Shirley lake, con uno strato di neve che coprendo tutto, mi costringe ad aumentare al massimo la precisione del gps per trovare la giusta traccia da seguire, anche perché la visibilità è molto ridotta e non si vede il marker (segnavia catarifrangente solitamente appeso a un albero) successivo. Avanti, arrivo a Fimber lake e stessa storia, per fortuna ci sono ingrid e il marito mike che sono saliti nella loro minuta cabin per offrire la solita accoppiata alaskana, fatta di stufa a legna, ospitalità e buon cibo preparato in casa (involtini di alce e biscotti con cioccolato). Ingrid, si ricorda e mi ringrazia ancora per una scatola di ferrero che un paio di anni prima avevano colorato il nostro incontro. Devo fermarmi poco, perché la tormenta di neve continua copiosa e rischierebbe di bloccarmi; saluto ed esco, non prima di aiutare la muscolatura della mia “musa” con un altro antinfiammatorio. La notte è profondamente buia con una visibilità ridottisima, condita da una forte nevicata; sul sentiero incontro Bob Ostrom, seduto sulla neve e con lo sguardo fisso in avanti, alla mia richiesta se andava tutto bene, lui mi chiede se potevamo continuare assieme, in un primo momento non capisco tanto mi sembra naturale e scontata la risposta, poi mi rendo conto che era necessaria solo un po’ di più grinta, e lo esorto a continuare rendendolo più protagonista della sua presenza in un contesto non troppo ambientalmente ospitale. Riparte ringalluzzito, e non nascondo che questo incrementa ulteriormente anche la mia energia. Ormai è notte fonda, e anche se non si vede nulla, bisogna arrivare a puntilla (4° checkpoint). Ci arriviamo alle 5 e 44’ del mattino del 3 marzo, con una certa felicità da parte mia; ho praticamente spinto e portato la bicicletta per quasi 26 ore continuative, frammentate da due piccoli stop di una quarantina di minuti. La determinazione e la copertura della tratta realizzata, mi gratifica e attenua l’ansia che la risposta muscolare della schiena mi sta creando. Intanto bob cerca di attaccare in solitaria il rayni pass, però desiste e torna indietro per finire la sua iditarod e ritirarsi; sei stato bravo Bob a provare e mettercela tutta. Dormo qualche ora e la rigidità muscolare della schiena arrichisce la mia titubanza sul proseguire, sento necessario un consulto medico;

Filippo puntualissimo azzecca la giusta dose fra stop e farmaco. Alle 23 circa (17 ore di sosta) sono pronto e determinato,  esco per affrontare il rayni pass; non nevica c’è un po’ di vento contrario, ma la pendenza non troppo accentuata e la larghezza del trail, non mi fanno disperare e mi consentono di spingere in modo continuo alternando la posizione. Sono abbastanza contento. Supero il pianoro, che nell’edizione del 2007, mi ha fatto vivere il mio minimo di temperatura vissuto (partito con 40° sottozero sono arrivato su con blizzard sferzante che l’effetto chill abbatte di un’ulteriore ventina di gradi; a voi lascio la sommatoria), e comincio a virare in direzione nord, e inizia anche la tormenta (per fortuna è calda; circa una quindicina di gradi sotto zero), però abbontante e insidiosa, tanto da farmi lasciare la bici  (non volevo sovraffaticare la schiena), per sondare i passaggi più ben consolidati senza sprofondare oltre il ginocchio, studiare la traccia osservando i rametti degli arbusti rovinati dal passaggio delle motoslitte (marker continuano a non vedersi), tornare indietro per recuperare la bici e coprire quei due-trecento metri. Tutto questo fino all’unica distesa bianca del valico del rayni pass, dove non c’è delimitazione fra neve e cielo e cammini solamente per effetto della perpendicolarità.

Sono contento, veramente ho temuto di non farcela, e quando sono sopra mi aggiro come un bambino che per la prima volta sale  una cimetta, cerco di rubare qualche foto, ma condizioni meteo e il mio occhio che non è il massimo della ricerca del dettaglio, mi fanno desistere e propendere per iniziare a portare la bici in discesa. Per fortuna posso portarla senza dover fare avanti e indietro. Lo scenario, aprendosi un po’, mi fa gustare la folta nevicata. Continuo a scendere e trovo Bill (direttore di gara) che assieme a un volontario amico e giornalista, stanno cercando di riparare i ponti di neve sul torrente dalzel. La temperatura non troppo bassa non riesce a far ghiacciare il primo strato di acqua che lambisce i pezzi di rami messi come fondo e che dopo dovrebbe sorreggere la neve. L’incontro rivivacizza l’umore, anche se un “duro e crudo” atleta alaskano non dovrebbe fare queste considerazioni, mi fermo qualche istante per sgranocchiare qualcosa appoggiato a una delle due motoslitte e scambiare qualche battuta sulla durezza del trail e sulla bellezza che quella discesa sta offrendo ai miei occhi.

Saluto e continuo, nelle gole che si fanno sempre più ripide, aspre ed impervie, tanto da farmi vivere un attimo di ansia per un ponte di neve che si rompe al mio passaggio, e mi fa sprofondare con una gamba e metà bicicletta nell’acqua gelida. Vengo su cerco di asciugarmi alla meglio, freddo non lo sento, decido di continuare con un buon passo. Gli ottimi vestiti mi aiutano e nel giro di un ora sono già asciutto; talvolta un po’ per l’effetto dell’antinfiammatorio che porta la testa un po’ dove vuole, e molto per la meravigliosa bellezza di quelle gole, arrivo giù che è ormai tempo della lampada frontale e non penso a quell’intensissimo trascorso. Sono alla fine del Dalzel ed entro nei laghi e nelle swamp ghiacciate di rohn, che mi regalano la possibilità di pedalare per quasi un’ora continuativa; e verso le 22 sono al checkpoint della “tenda”. Ho impiegato 23 ore per coprire la tratta che due anni fa mi ha inpegnato per circa 13 ore. Sono veramente contento e soddisfatto della mia tenuta (dentro di me ringrazio filippo e il resto della squadra).  Solito ritornello, dormo qualche ora sullo strato di rami di pino, preparato come fondo della tenda, e verso le sei, riparto (otto ore di sosta). Preferisco sempre affrontare la prossima tratta in orario di luce, perché molto insidiosa per l’irregolarità dello spessore degli strati di ghiaccio. Dopo solo un centinaio di metri il fondo del trail sembra adattarsi alle attitudini della pedalata continua, non mi sembra neanche vero di poter ricominciare a far lavorare in modo simmetrico la schiena; il sogno continua e mi riempie di energia e carica da farmi volare sulle overfall (rapide ghiacciate dei fiumi), ogni tanto da osare un po’ troppo e farmi fare dei scivoloni di vari metri; visto la velocità ridottissima diventa un lento adagiarsi sulla superfice del ghiaccio. Non nevica, è nuvoloso, non c’è vento e il fondo mantiene la pedalabilità, tanto da non farmi fermare neanche per mangiare o per far qualche piccolo bisogno fisiologico, però la necessarietà vige sempre sovrana. Continuo a pedalare e a ridosso delle piccole alture di bison camp, vedo le orme di un lupo e poi un qualcosa che si muove tra radi pini….. che rapidamente si intrufola nella rada boscaglia; zona piena di selvaggina che cacciatori locali e lupi popolano frequentemente. E’ pomeriggio, sono contento e sto abbastanza bene, decido di tirare, perché solitamente l’alaska non è così larga di manica da consentirti per due giorni le stesse condizioni meteo; pedalo oltrepassando una pineta devastata da un incendio circa un anno fa,e poi avanti col solito ritornello della lampada frontale per tenere fino a nikolay; in cui riesco ad entrare, verso le 4 di notte, sotto una fitta nevicata sferzata dal vento. Trovo la casa dei Petruska, e ringrazio una ragazza, nipote di nik ed olene petruska, che da un’altra casa mi aveva visto arrivare, esce senza che io non le chiedessi nulla e mi accompagna per quei duecento metri che mancavano (ve lo posso assicurare che quest’anno non ho avuto allucinazioni, e non so ancora come potesse avermi visto); ringrazio con la faccia senz’altro da inebetito (22 ore). Nella casa oltre alla buonissima accoglienza dei petruska (famiglia atabaschi), incontro Glenn con una caviglia che sembra un piccolo mappamondo, e alla mia banale domanda se paventava l’ipotesi di fermarsi, trovo una risposta decisa più che mai di tornare sul trail la notte successiva. Certi atleti hanno veramente la “scorza dura”. Sono soddisfatto della mia performance ciclistica da 22 ore continue e dell’opportunità meteo raccolta. Mi rifocillo, finendo le scorte di pastasciutta e carne che la signora Olene aveva preparato, ricambio lasciando un cospicuo obolo nel bicchiere sopra il frigorifero. Solito discorso, dormo qualche ora e riparto (6 ore e trenta di sosta) per la tratta che conclude la “560 km”, facendomi arrivare a mac grath. Parto, senza il solito accompagnamento dell’ anziano nic petruska  che cavalcava la sua motoslitta, per superare il primo groviglio di trail che ti indirizza nel KUSKOKWIN river. Fortunatamente non nevica, e il vento contrario fa sentire la voglia di indossare anche un capo intermedio; le temperature avevano già decisamente virato facendomi apprezzare un -27°C, con un po’ di sole velato. Il trail, che fino a due giorni fa era perfetto per correre in bici, si riempie di neve ammucchiata dal vento, e anche se pur più diluito inizia il “ballo alaskano del ciclista”.  Il kuskokwin è un grande e importante fiume con un alveo molto capiente, utilizzato per la navigazione estiva e il trasporto di merci per i villaggi dell’interno; le sue anse sono simili a un serpente, che il trail taglia in una linea valicando e scendendo gli argini. Mi godo questa luce, che ti fa apprezzare un altro tipo di vegetazione un po’ più rigogliosa immersa nella neve, quella vera alaskana, fatta del suo profumo e di microcristalli ghiacciati che non bagnano, e come la polvere vengono trasportati dal vento. Tutto questo aiuta il mio morale, un po’ provato per essere ricorso ancora nell’aiuto della miracolosa compressa; dovevo tranquillizzare la mia musa illuminante. Procedo molto lentamente per non incappare in qualche sforzo o scivolone indesiderato, incrocio un paio motoslitte di inuit locali che vanno a far visita parenti a mac grath; scambiamo qualche considerazione, si accendono una sigaretta e mi offrono una bottiglietta di wiskhi, li ringrazio, e spiego loro che la berrò in un altro momento, distante da performance pseudo-sportive.

La mia lenta avanzata, mi immette nel tramonto serale, e per un po’ c’è la novità del colore rosso che entra nei miei occhi, e decreta la fine di questa astinenza che i giorni precedenti mi avevano imposto; apprezzandola mi intristisce un po’ perché mi sto rendendo conto che con la schiena in queste condizioni sarà dura, se non impossibile continuare fino a Nome; motivo principale per cui mi sono allenato duramente e intensamente per un anno intero. Va be, bisogna andare avanti e a nome ci penserò quando sarò arrivato a mac grath. Speravo in qualche stellata notturna, ma niente, avanti con la luce delle irraggiungibili antenne del piccolo aeroporto di mac grath, che sembrano sempre avvicinarsi e invece devo far scorrere ancora delle ore per vederne i basamenti. E’ l’una e mezza di notte, e monto sulla strada del piccolo villaggio; dopo un centinaio di metri mi viene incontro un big truck (gran fuoristrada), con un giovanissimo scamiciato alla guida, musica a cento e finestrini aperti (temperatura esterna 

-35°C), che mi saluta e mi rivolge qualche parola in un americano ancora più contorto dai chiari effetti di qualche bevanda o mistura di alcoolici molto in voga in queste latitudini. In breve mi congedo con la massima neutralità, anche per non incorrere in eventi facilmente mutabili e non controllabili. Dopo un po’ arrivo, con un mio grande entusiasmo, davanti allo striscione “alaska ultra sport”, che segna l’arrivo della 560 km, e mi siedo su di un ramo che lo affianca per gustare questo importante momento; distanza che mi ha impegnato nella giusta misura offerta da queste latitudini, ma allo stesso tempo mi riempie di un gran entusiasmo date le vicissitudini innescate e combattute.                  

Saluto lo striscione ed entro nella casa dell’ospitale Peter (checker di mac grath), che all’apertura della porta di ingresso, balza in piedi dal letto per accogliermi e prepararmi quantità industriali di cibo. Ho impiegato 15 ore e mezza per coprire la tratta, e ho impiegato complessivamente 6 giorni e 12 ore (recita la classifica); quattro ore in meno di due anni fa, con  300 km circa a spinta (50% in più di due anni fa). 

Con Peter è sempre una festa e un’accoglienza reale, mangio mi rifocillo, riesco a lavarmi e fare un po’ di bucato di quei indumenti intimi che da qualche giorno mi accompagnano. Mi lascio andare a un po’ di adeguato riposo, se meritato o no lo lascio giudicare alle mie fasce muscolari. Dopo qualche ora, al mio risveglio il morale è decisamente basso, e non vedo l’ora di sentire un parere dalla mia squadra; scambio febbrile di mail e telefonate con filippo e sonja, per identificare la giusta dose fra stop-farmaci- ripartenza- testa- motivazioni; dopo un giorno senza farmaco la mia schiena è ancora un semiblocco di fibre muscolari, che grazie a bagni caldi e strethcing e qualche passo in regolare posizione simmetrica, tende a rivitalizzarsi. Altre telefonate e scambi vari, conveniamo che devo stare fermo anche un secondo pericoloso giorno (in questo ambito la quantità di acido lattico, la perdita di concentrazione, e l’adagiarsi per me sono deleteri). Non c’è altra possibilità. La mattina del terzo giorno, la testa è pronta, bici anche, esco molto motivato per affrontare e provare la lunga. 

Rientro nel fiume, con il solito ballo alaskano, e uno sferzante vento che abbassa le temperature attorno ai -35° C, contornato da un biancastro diffuso. Proseguo per il trail decisamente in modo troppo lento, e affrontare un erta di qualche metro che fa superare l’argine del fiume, mi deprime ulteriormente, dati i svariati tentativi per completare il meraviglioso gesto atletico. Per risalire in bici devo slanciare il piede, per prenderlo con una mano nell’ultima porzione di raggio che completa l’evento della “salita in sella” della bici. Da quattro ore solamente sono sul trail, e per la tipologia di movimento mi sembra di essere un bisnonno antenato che si è perso per l’entroterra alaskano; la situazione non è la mia. Devo essere io a dominare la mia scena, e non il contesto in cui sei inserito che speri ti possa lasciar passare; voglio sentirmi sicuro e con un margine di sicurezza per affrontare le situazioni (accordo fondamentale preso con mia moglie fiorella). L’interruttore si è aperto, e mi fa mettere in contatto con mia moglie e subito dopo con filippo, e tutti conveniamo, che quello fatto sino a quel momento è il massimo fattibile; saluto lo spazio che si offre di fronte ai miei occhi e torno indietro, consapevole che la “lunga” per me in queste condizioni rimarrà un sogno AFFRONTABILE a data da destinare.

Dire che i ringraziamenti sono d’obbligo, non onora l’entità della situazione,  cito BEN VOLENTIERI e  con il massimo della mia soddisfazione tutta la squadra che mi ha dato fiducia e collaborato per farmi ottenere questo ulteriore risultato:

ISTITUTO ISMERIAN di TREVISO 

con i medici Sonja e Filippo Ongaro, e l’allenatore Diotallevi Simone, l’allenatore Luca Mason del centro ISOLA training center di Noale, i meravigliosi preparatori di biciclette FRATELLI SCAVEZZON di Mirano, la dott.sa Noventa , del centro di medicina dello sport dell’ULSS 13 di Noale, il medico ortopedico Rigon Antonio, di Vicenza, la presenza affidabile e continua della mia famiglia.

GLI SPONSORS 

che contribuendo mi hanno dato un reale sostegno per realizzare il progetto “ALASKA 2010” 

  • CAAF CGIL di VENEZIA
  • “FWSISTEMI”  e “PROFMETAL”, di ANTONIO BRIGHENTI (Pd)
  • DUPLIMATIC ITALIANA di trebaseleghe (Pd)
  • ASSICURAZIONI PELLIZZARI di busa di vigonza (Pd)
  • COMUNE di MIRANO, ASSESSORATO allo SPORT
  • Centro ISOLA TRAINING CENTER di Noale (Ve)
  • PROFESSIONAL DIETETIC di Zardinoni (Ve)

 RINGRAZIO AMICI E COLLEGHI DI LAVORO CHE SONO STATI VICINI A ME E ALLA MIA FAMIGLIA IN TUTTO L’ANNO DI PREPARAZIONE ED ATTUAZIONE DEL PROGETTO “ALASKA 2010”

Alessandro Da Lio.